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Rhinoscimento,1973-2001

Tutti, se sono fortunati, hanno un dipinto preferito. Unopera darte che è unespressione di una realtà incomunicabile, che paradossalmente comunica. Un dipinto che vorremmo tornare a vedere, anno dopo anno, come un vecchio amico. Un dipinto che ruberemmo, se potessimo.

Il mio dipinto preferito è un rinnoceronte, senza il corno, la cui presenza benigna intrattiene un gruppo di spettatori al carnevale di Venezia. È di Pietro Longhi, un pittore di costume del diciottesimo secolo. Questa piccola opera darte vive a Ca Rezzonico, un palazzo di Venezia, anchesso uno dei miei posti preferiti. Quando vivevo a Venezia, dal 1986 al 1991, visitavo questo dipinto ogni volta che volevo sollevarmi il morale, ma non ho mai esaminato il suo potere speciale fino ad ora. Quando finalmente ci ho pensato, lidea di un rinnoceronte a Venezia mi è sembrata piuttosto assurda. Un rinnoceronte a Venezia non è unimpresa facile. Come ci è arrivato? E perché? Era per il suo corno, solevato da un nobiluomo veneziano nel dipinto, pieno di promesse afrodisiache? Inoltre mi sono chiesta: Che cosha a che fare un rinnoceronte con il suo pubblico?.

Per me è più di quanto locchio possa vedere. Sia il rinnoceronte che il veneziano appartengono a specie in estinzione. Attualmente sono rimasti 600 rinnoceronti e 70.000 veneziani. Quasi tutti i rinnoceronti vivono in zoo o ambienti protetti, e anche i veneziani vivono in un habitat chiuso, controllato, in cui sono costantemente in mostra. Nel dipinto di Longhi, come nella vita, il rinnoceronte e i veneziani sono divorziati dal loro ambiente naturale, in disarmonia col resto del mondo.

È stato il mio primo giorno a Venezia, nel 1973, mentre studiavo alla Tyler School of Art a Roma, che ho scoperto questo dipinto. Sapevo, non appena ho messo piede sugli scalini della stazione, che prima o poi avrei vissuto in questa città di grande bellezza e velato mistero. Come condotta da una guida invisibile, sono arrivata a Ca Rezzonico e ho scoperto il dipinto di Longhi. Da allora, ogni volta che sono a Venezia torno a visitare il mio rinnoceronte e, sentendomi come un pellegrino privilegiato, trovo ristoro.

Il 29 gennaio (1996) sono arrivata a Venezia per lavorare a Murano sui miei vulcani di vetro, lo stesso giorno in cui il fuoco ha distrutto il teatro La Fenice. La scena che mi ha accolta era simile a un vulcano in eruzione. Le fiamme fluttuavano senza controllo, cera fumo e cenere nera dappertutto. >

La gente piangeva di fronte al suo adorato teatro che, secondo la leggenda legata al suo nome, La Fenice, è stato vittima di tre altri incendi ed è risorta dalle ceneri ogni volta. Il giorno dopo la gente portava fiori e li deponeva sui gradini di marmo coperti di cenere, come per un parente morto. Guardavo e pensavo: Longhi avrebbe capito questa scena; avrebbe colto quello che nessuna macchina fotografica può descrivere. Le feste del carnevale stavano per cominciare ma la città era troppo triste per accorgersene.

Lo scorso agosto ho visitato Panarea, unisola remota in Sicilia, nella quale lelettricità è arrivata solo cinque anni fa, con solo cento abitanti che ci vivono tutto lanno. Stavo in una casa in cui sono stata unospite privilegiata negli ultimi 14 anni. Situato in una posizione prominente allentrata della casa e del giardino, cera un albero secco. Per diversi anni i proprietari stavano considerando di abbatterlo, ma io proposi di tenerlo e trasformarlo in unopera darte. Dopo aver rimosso alcuni rami e averlo dipinto, lalbero era stato trasformato in un grande pezzo di corallo che si innalzava dalla terra vulcanica. Il corallo è un noto porta fortuna in Sicilia, anzi, più è grande, meglio è. Ho costruito unimpalcatura tuttattorno e ho fatto unestensione per il manico del pennello con un pezzo di bambù tagliato dal giardino. Sono stati legati allalbero scale e vasi di vernice (e anchio, a un certo punto, per evitare di cadere). Ci ho messo tre settimane a dipingere lintero albero e una volta finito, lho illuminato di notte con un faretto. Gli isolani sono venuti a vederlo e, nel loro dialetto siciliano, mi hanno detto che avevo dato vita a una cosa che era morta. >

Al ritorno nel mio studio di New York, lalbero di corallo è diventato un altro simbolo. Mentre lo disegnavo ripetutamente, i rami prendevano laspetto delle valvole e le vene del cuore. Questorgano, vitale per la nostra sopravvivenza, è anche una metafora per arte e vita.

Il gruppo di opere intitolato Rhinoscimento, non ha solo riferimenti a Venezia, ai veneziani, a rinnoceronti, alberi di corallo o cuori, ma anche alla bellezza e alla rinascita, e alla fragilità della vita. La vita senza la morte non è vita. Se una cosa non è viva non può morire. Larte è lunico modo che abbiamo per mantenere viva la vita e per eludere la finalità della morte.

Al momento in cui scrivo, il teatro La Fenice sta lentamente rinascendo dalle sue ceneri, ancora una volta. Lalbero di corallo è ancora a Panarea. Per quanto riguarda i rinnoceronti, ho letto recentemente nel New York Times che la loro popolazione sta aumentando. E io continuo a sognare Longhi. >